Caro signore, questo caffè è una ciofeca!, nel primo articolo di questa rubrica, battezzato Quando gli orti erano… un affare di Stato!, s’è parlato del paesaggio urbano cambiato con la pratica, piuttosto bizzarra, degli orti di guerra.
Un «…lembo di vita rurale […] nel cuore della città…», una battaglia del grano che entrò prepotentemente in tutto il carrello della spesa, e nelle tradizioni più intime degli italiani durante il ventennio fascista. Le italiche virtù, si sa e non negatelo, passano anche per l’oro nero (quello vero), per quel caffè che diventa ragion di vita la mattina, e perfino regola sociale consigliata nel rapporto con gli altri durante il giorno. Dobbiamo siglare accordi commerciali? Gradisce un caffè? Un incontro con amici o con la morosa ? Ci prendiamo un caffè? Da nord a sud il caffè scandisce spesso i ritmi della giornata, e asfalta problemi “che nemmeno i migliori politici”.
Ma torniamo ai sacrifici di guerra. In quegli anni il grano non era l’unico problema delle nostre tavole, ed oltre ad una sempre più palpabile penuria di carne e altri generi fondamentali per la sopravvivenza, anche il caffè scarseggiava e rendeva più povera la nostra società ed i nostri rapporti sociali. Fu proprio negli anni precedenti la seconda guerra mondiale che la pratica dei surrogati toccò l’apice mediatico, e coinvolse purtroppo anche l’amata tazzina, anche nei “bar dello sport”.
Ora voi direte, e con cosa si poteva sostituire l’aroma senza tempo del caffè appena tostato? Cosa poteva mai assomigliare a quel profumo che diventa richiamo d’amore per la propria terra, per le proprie tradizioni ?

Ebbene, per la Patria anche il caffè d’orzo, quello di cicoria, o di ghiande tostate era, e doveva essere, un richiamo d’amore per la propria terra. Immaginate le scene, ben riportate dal principe della risata Antonio De Curtis (Totò), di massaie e ristoratrici amorevoli che rifilano a mariti e clienti una bella tazzina di caffè surrogato – Ma questo caffè è una ciofeca! – e come ne “I due marescialli”, la ristoratrice risponde – E’ surrogato. Orzo, caffè, lupini… – E ALLORA DITELO CHE E’ UNA CIOFECA!
Ma poi gli italiani moderni, che fanno un caffè buonissimo come me (guardate la foto del mio e poi mi dite), lo sanno cosa sarebbe sta benedetta ciofeca ?

Caro signore, questo caffè è una ciofeca!

Caro signore, questo caffè è una ciofeca!

In primis, dobbiamo ricordare che il termine ciofeca si riferisce alla parte inferiore del carciofo, porzione di pianta utilizzata come eccezionale disintossicante epatico, usata per farne dei decotti non particolarmente gustosi. Per estensione, come riportato anche da numerose enciclopedie, il significato rende il concetto di bevanda cattivissima, disgustosa e quindi vomitevole. Inoltre, essendo appassionato di cultura iberica, devo segnalare la curiosa ipotesi che il termine provenga da una deriva linguistica del termine chufa, ovvero di una mandorla spagnola con la quale, soprattutto a Valencia, si fa un’orzata rinfrescante buonissima e che invito tutti a provare almeno una volta nella vita. Certo questa ipotesi contrasta non poco con il significato negativo che ha preso in Italia, ma le trasformazioni linguistiche non necessariamente assegnano il concetto originario ai termini derivati.

La ciofeca, tanto usata da Totò e nei film italiani del periodo post bellico, è semplicemente il caffè che non sa di caffè – questa è una schifezza! – , un liquido di colore scuro che simula, finge, surroga appunto il sapore e l’odore dell’oro nero, ma che è davvero una pessima imitazione. Oggi, anche a sfottò tra amici, il termine si estende spesso ai cibi e alle bevande in genere, e non è raro incontrare qualche persona che ci sconsiglia un ristorante dove, secondo la personale esperienza, – è tutto una ciofeca -.

Giuseppe Russo

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