Spesso accade che alcuni luoghi, Paesi e uomini siano più illuminati di altri. Purtroppo accade, anche, che queste luci siano davvero in grado di portare pensieri e soluzioni innovative ai gravosi problemi che attanagliano talune popolazioni, eppur qualcosa cambia, si muove, volta indietro lo sguardo per continuare a non risolvere nulla, o peggio a discendere ancor più verso il degrado.

Oggi vi parlerò con gioia e orrore, allo stesso tempo certo, di alcuni luoghi che più di altri rappresentano l’emblema di una rinascita poi stroncata, o, peggio, “suicidata” da altri, e nuovamente in via di ripresa grazie alla gente comune che non dimentica l’importanza di “esistere in quel luogo e in quel tempo”.

Nel circondario di Caserta, patria della Reggia borbonica, vi è un’ importante serie di aree “illuminate”, esperimenti politici nati, appunto, dal nuovo dispotismo illuminato dei Borbone, che tradotto in termini normali, a me cari, significa semplicemente riforme economiche e sociali tese alla valorizzazione del territorio, una mutazione della sovranità finalizzata al benessere di tutti i sudditi con fare paternalistico e filosofico, conservando però il potere, di fantasiosa origine divina, nelle mani del sovrano e del suo ristretto entourage.
Si sa il Re, W il Re, è sempre stato espressione di un “regime”, anche perché se comando solo io c’è poco da esser democratici (scusate la franchezza), ma vi furono alcuni sovrani che sperimentarono un ammodernamento che oggi appare più all’avanguardia dello scempio sociale a cui si assiste in tutta Europa. Senza annoiarci su nomi e filosofie politiche, vorrei soffermarmi su due aree che vissero tempi d’oro da far invidia al mondo, e che furono talmente all’avanguardia da non esser comprese durante il cambio di potere avvenuto con l’unificazione (?) della penisola.

La Reggia di Carditello, nell’attuale Comune di San Tammaro, e il Belvedere di San Leucio, la Ferdinandopoli a pochi passi da Caserta, furono due “paesaggi illuminati” che hanno tante storie da raccontare.
Iniziamo da Carditello, oggi lentamente in via di recupero dopo un terribile periodo di abbandono e degrado, salvata da angeli e associazioni (si ricorda il compianto Tommaso Cestrone, associazioni come Agenda21, o giornalisti di grande spessore morale e sociale come la dott.ssa Nadia Verdile), una tenuta reale con duplice natura di area di caccia del Re e innovativa azienda agricola specializzata in razze equine pregiatissime, nonché nella produzione di prodotti caseari di alta qualità, considerata da Goethe una “real delizia”.

La storia di questo sito, di cui parliamo oggi, rimandando al prossimo articolo le curiosità su San Leucio, è tutta legata alle idee illuminate della dinastia dei Borbone, ramo di Napoli, che qui sperimentarono la creazione di un’agricoltura moderna che avrebbe dovuto rigenerare il tessuto sociale del regno. In connubio con la passione reale per la caccia, attività considerata “antidepressiva” oltre che formativa e salutare (alla faccia delle università britanniche, i Borbone già sapevano che l’attività all’aria aperta e il movimento fanno bene alla salute!), qui si incrociarono e potenziarono cavalli di razza usati dai reparti militari della cavalleria, e da questo sito sorge anche il mito del “cavallino rampante” della Ferrari (si avete capito benissimo!), derivato, tra le altre cose, da quello dell’aviatore Francesco Baracca. Ma di questa storia ne parleremo prossimamente con dovizia di particolari.
La real tenuta di Carditello, nome probabilmente derivato dal latino CARDUETUM, ovvero luogo dove crescono i cardi e/o carciofi, divenne presto luogo prediletto di Carlo e suo figlio Ferdinando IV° di Borbone, che commissionò la palazzina reale nel 1787, e fu usato per la produzione di grano, canapa, lino e parmigiano, lavorazione casearia importata direttamente da Parma, luogo d’origine della famiglia Farnese (Elisabetta Farnese era la madre di Carlo e moglie di Filippo V° di Spagna). Ma oltre al parmigiano, nella real tenuta non mancavano anche gli allevamenti di cammelli, introdotti per affiancare i buoi ed i cavalli da lavoro, nonché una vera fantascientifica macchina, detta “matematica”, un primato in Italia, che consentiva di elevare e portare in sala da pranzo il tavolo imbandito per i commensali reali direttamente dalle cucine, ovviamente poste al piano inferiore.

Eh si, un’automazione degna di un film holliwoodiano con un pranzo che appariva innanzi al Re senza nessuna opera umana! Altro che binario 9 e 3/4 del simpaticissimo Harry Potter! Lor signori, a Carditello esisteva davvero la magia, fatta di tavoli imbanditi che apparivano dal nulla, e di più normali allevamenti di bufale per creare la regina della tavola: la mozzarella! E in questo sito, bellissimo, gareggiavano cavalli e giumente nella corsa dei “barbari”, un evento imponente che vedeva blasonati e sudditi partecipare naso a naso durante la festa dell’Ascensione, e si cacciavano starnette e beccacce tra una passerella e l’altra. E la musica non cambiò nemmeno durante il periodo napoleonico e murattiano. Soprattutto Murat amò molto Carditello, ne godette a fondo sia per la caccia ai cinghiali, sia per imbastire trame politiche che, purtroppo, non riuscirono a consegnargli il destino del trono di Napoli, corona alla quale ambiva profondamente dopo essersi innamorato di queste terre. Il caro Murat, scusatemi la piccola divagazione, fu catturato dai borbonici e fucilato nell’ottobre 1815, e son certo che prima di salutare la vita terrena ebbe un gran pensiero per la Terra felix che aveva tanto desiderato. Era la Restaurazione.

Ma il sito “illuminato” di Carditello era, e dovrebbe continuare sempre ad essere, l’anello di una strategia economica e culturale straordinaria, con la sua posizione equidistante da tre importantissimi centri quali Aversa, Capua e Caserta, nonché da due essenziali bacini idrografici quali il Volturno ed i Regi Lagni. Poi arrivò Garibaldi, che combatté la sua guerra perfino a Carditello, arrivarono i Savoia e l’Unità d’Italia, e ci pensò Vittorio Emanuele III, nel 1919, a chiudere l’antica tradizione sperimentale della “fattoria borbonica”, donando l’intero complesso all’Opera Nazionale Combattenti. Da qui, passando per la guerra, la Repubblica, ed altre vicissitudini, lo splendore di Carditello abdigò diventando orrore, furto, scarto….oblio. Ma come spesso accade, l’orrore fa breccia nei cuori della gente semplice, si creano associazioni e si vincono battaglie. Quella di Carditello è stata già parzialmente vinta, con un’asta che ha riconsegnato questo bene monumentale allo Stato e quindi ai cittadini, ma non potrà dirsi conclusa la guerra senza il recupero completo ed il ritorno ai vecchi fasti, con la restituzione al territorio di questa “real delizia”.

Giuseppe Russo

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